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Viaggiare da soli, viaggiare in compagnia

Per chi è abituato a viaggiare da solo un viaggio di coppia è un tuffo nell’ignoto. Di pancia verso le abitudini, e verso gli incastri con la differenza che meritano di essere trovati.
Ho iniziato a viaggiare da sola per trovare un ritmo e l’autonomia della scoperta, e ho iniziato a viaggiare in coppia per crescere e condividere. Le bellezze e i momenti speciali, in primis, ma anche le difficoltà.
Quando si viaggia da soli i problemi sono uno scoglio che dobbiamo dimostrarci in grado di sapere aggirare, in qualche modo. Quando, per sbaglio, su una strada montuosa in Bosnia ho infilato la ruota della mia moto in una canalina, perdendo l’equilibrio e finendo a terra, non c’era nessuno con me a rendermi il gioco facile.
Ho staccato le borse laterali, in una fresca giornata di ottobre diventata improvvisamente rovente, e ho cercato di usare il mio mezzo usando le gambe come leva. Fino al momento in cui mi sono resa conto che la strada era terribilmente in pendenza, e i miei sforzi esausti non avrebbero potuto fare altro che gettare la moto dall’altro lato.

Quando un piccolo scooter, dopo trenta minuti di tentativi, si è profilato all’orizzonte, mi sono sbracciata e ho saputo, in qualche modo, di essere salva. In un viaggio in coppia questo non sarebbe mai successo.
Avremmo fatto una squadra per sollevare la motocicletta caduta e con quattro braccia a disposizione avremmo trovato il modo di metterla sul cavalletto. La pendenza non avrebbe avuto la meglio su un paio di arti tremolanti, perché ci sarebbe stato qualcuno con me a farmi forza.

Non avrei pianto tutte le mie lacrime, temendo di essere finita in un guaio dal quale non sapevo come uscire, perché le mie spalle sarebbero state coperte dal supporto di qualcuno che, in un modo o nell’altro, ci sarebbe stato sempre.
Sono fermamente convinta che i viaggi non in solitaria – soprattutto se fatti con un partner o una persona conosciuta – con la quale abbiamo un rapporto solido, siano un importante strumento per allenare la propria comprensione, la tolleranza e la generosità.

Perché un viaggio in motocicletta non è solo la bellezza di quello che si incontra: a volte è anche una gran quantità di fatica, difficoltà e capacità di adattamento. Caratteristiche che non nascono dal nulla – e soprattutto non si realizzano serenamente nella realtà di multipli – quando prima non hanno imparato a trovare forma individualmente. Quello che voglio dire è che viaggiare insieme ad un’altra persona è il regalo più straordinario che possiate farvi l’uno con l’altra, ma anche che la soggettività del proprio io ha bisogno di uno spazio singolo in cui germogliare e mettersi alla prova.

Parlo alle donne là fuori, che magari si sono sempre fatte riguardo o si sono lasciate frenare dalle paure altrui.  A loro dico: “salpate verso la vostra avventura, e solo dopo aver fatto questo sarete pronte a condividere ad armi pari un viaggio con qualcun altro”. Solo avendo capito l’importanza – e la difficoltà spaventosa – dell’essersela cavate da sole in situazioni scomode, permetterà di capire la bellezza, e l’emozione, del non essere più solo se stesse di fronte ad un problema, piccolo o grosso che sia.

Nel corso di questi anni mi è stato chiesto numerose volte se non avessi mai avuto paura a viaggiare in solitaria, e se non nutrissi timori nei confronti del prossimo quando a difendermi ci sono solo le mie forze.
La risposta è sempre stata no, perché ho imparato da tempo che è proprio nelle difficoltà che la solitudine, improvvisamente, svanisce. Che quando ho un problema che fatico a risolvere da sola il prossimo è sempre la mano generosa che arriva verso di me per togliermi dai guai. A volte penso che se non avessi mai tentato l’impresa di saltare in sella e avventurarmi sulle strade del mondo senza nessuno al mio fianco queste cose non le avrei mai capite. Avrei dato per scontati i dubbi e i pregiudizi, e sarei sempre stata abituata ad una vita più facile.

Perché lo ammetto, è davvero più facile sapere di custodire della forza in più, quando una difficoltà si prospetta.
Non essere sole ci invoglia ad abbassare la guardia, ed è naturale. L’ho vissuto in prima persona, e mi ci è voluto poco
per capire che non è una sensazione che mi piace. Durante i miei viaggi in solitaria temevo gli inconvenienti,  vivevo al massimo della prudenza e mi impegnavo per tenere i problemi lontani. Che puntualmente si presentavano, ma dentro di me custodivo la consapevolezza – data dall’esperienza pratica – che in ogni caso ci sarebbe sempre stato qualcuno, lungo il percorso, pronto ad intercettare il mio bisogno.

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Quando si viaggia in coppia, invece, la risposta alle tue mancanze si trova già al tuo fianco, e il più delle volte è una benedizione. Perché ci risparmia tante lacrime, anche se quelle sarebbero state lacrime utili. Per riflettere, e per aprire l’anima al prossimo. Per capire che l’affetto provato per chi è in grado di supplire alle nostre mancanze non deve essere solo il risultato del bisogno di un momento, ma la prassi che guida le nostre giornate. Lontano, e vicino a casa.

A mio parere, quindi, non esiste un modo di affrontare il viaggio che sia migliore dell’altro: sono due realtà parallele, differenti ma potenzialmente complementari. 

Alle quali lavorare con ordine: guadagnando indipendenza e forza prima, abbracciando i compromessi e formando l’elasticità poi. Perché il bello è tutto lì: nel prendere una capacità – quella di bastare a se stessi – e trasformarla in un percorso nuovo. Fatto di accettazione e desiderio di creare qualcosa in grado di andare oltre i confini dell’io, per costruire l’esperienza del noi.